Juliette – capitolo 27

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
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Le vecchie boiserie del locale si impregnavano del fumo che stagnava nell’ambiente. Anche lui fumava una sigaretta di trinciato arrotolata con le cartine.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – capitolo 27
di Nigthafter


Juliette – capitolo 27


René sedeva al suo solito tavolo de L’Amarrage Gaspard, davanti a una pinta di bière de garde.
La sorseggiava lentamente, come sempre: gli piaceva farla durare, assaporarne il gusto vellutato e corposo di lieviti misti e note rustiche.
Ma stasera qualcosa non tornava. Il sapore gli restava sulla lingua più piatto, meno rotondo, come se la birra avesse perso un pezzo di sé lungo la strada.
René arricciò appena il naso e scosse la testa.
Magari era solo stanco. O magari Gaspard, quella sera, aveva stappato una bottiglia meno felice delle altre.
Ci avrebbe fatto caso la prossima volta.
Erano le undici di sera. Nelle finestre affacciate sulla strada si specchiava la notte, nera e densa.
Aveva smesso di piovere da poco, eppure il cielo restava chiuso da nubi basse che il vento dell’oceano non riusciva a disperdere.
L’aria dentro il locale era fumosa e placida.
La sala era gremita di pescatori. Gli anziani superavano di gran lunga i giovani. Tutti tiravano tardi dopo la faticosa giornata di lavoro, riempiendosi lo stomaco di Calvados che scaldava il corpo e scacciava l’umidità e il freddo patito in mare.
E di chiacchiere per scaldare anche i pensieri: episodi spassosi o tragici di avventure di pesca, raccontati con la stessa enfasi di sempre.
René li aveva già sentiti decine, se non centinaia di volte.
E, come sempre, pensava che si trattasse di balle inventate al novanta per cento.
Stasera, però, quelle voci gli sembravano più lontane del solito, come se arrivassero da dietro uno spesso vetro.
Le vecchie boiserie del locale si impregnavano del fumo che stagnava nell’ambiente.
Anche lui fumava una sigaretta di trinciato arrotolata con le cartine.
Bruciava lenta; ogni tanto doveva riaccenderla perché, preso da pensieri, la teneva tra le labbra e dimenticava di tirare con regolarità.
L’aria nella sala era ferma, densa di odori vecchi: birra stantia, legno unto, un sentore remoto di fritto che non se ne andava mai del tutto.

René restava seduto con la schiena dritta, gli occhi bassi sul tavolo scuro, in realtà non guardava nulla.
La mente gli lavorava sotto la superficie, lenta e ostinata, come una corrente fredda.
Il parigino che non schiodava dal villaggio. Sempre lui.
Da troppi giorni quella presenza gli rodeva il pensiero con la stessa costanza del vento che fuori spazzava il villaggio.
Un estraneo che faceva domande, che scriveva, che scavava.
E la gente del posto, invece di stare zitta, a volte apriva bocca.
Sempre la stessa storia. Sempre lo stesso pericolo.
René premette la sigaretta contro il bordo del posacenere senza spegnerla del tutto. La brace restò accesa, un punto rosso minimo che pulsava.
Sentì il legno del tavolo sotto i gomiti, liscio per l’uso, leggermente appiccicoso.
Iniziava a sentire il peso della tensione e degli anni.
Certo, non era più un giovane da tempo, ma l’età non ne aveva piegato la volontà forgiata dalla disciplina militare.
Non si era mai arreso né sul campo di battaglia né alla durezza dell’esistenza.
Anche questa volta non avrebbe abbassato la testa, non per uno scribacchino intrigante venuto da Parigi. Un “parigot” che si credeva in diritto di scavare dove non doveva.
Un bicchiere tintinnò da qualche parte. Qualcuno rise a mezza voce. Suoni normali, da locanda di paese in una sera qualunque. Eppure a René sembravano distanti, filtrati, come se arrivassero da dietro un vetro spesso. Restò fermo, aspettando senza sapere esattamente cosa.

A un certo punto, da dietro il bancone di mescita, uscì Gaspard.
Reggeva un tovagliolo a quadretti gettato sulla spalla, ma lo teneva troppo stretto, come se non sapesse dove metterlo.
Si mosse verso René con aria assorta, lo sguardo fisso un punto appena oltre la sua spalla, come se stesse cercando di decidere se valesse la pena dire ciò che stava per dire.
Quando gli fu davanti si chinò, avvicinando il volto fin quasi a sfiorargli l’orecchio.
L’alito sapeva di cipolla e di qualcosa di più acido, di vecchio.
- Devo dirti una cosa. - mormorò - lontano da altre orecchie.
Una pausa, poi: - Ti aspetto in cucina.
Voltò le spalle senza aspettare risposta e si avviò verso il retro del locale con passo deciso, come se avesse timore di essere richiamato indietro.
René finì il boccale senza fretta. La birra era diventata tiepida.
Spense il mozzicone della cicca nel posacenere, premendolo a lungo fin che sentì l'odore acre di fumo di carta bruciata.
Poi si alzò e guardò intorno, lento, verificando se qualcuno avesse seguito quel breve colloquio. Nessuno sembrava aver notato nulla.
Si diresse verso il fondo della sala con la stessa calma di chi va alla toilette.
Ma quando giunse al corridoio, invece di spingere la porta dei bagni svoltò a sinistra, passò dietro il bancone e varcò le due ante bidirezionali munite di oblò.
Le ante sbatterono dietro di lui con un soffio sordo.
L’odore di fritto e di pavimento bagnato lo avvolse come un panno umido.
Gaspard lo attendeva appoggiato al tavolone da lavoro, le braccia conserte.
Aveva il volto scuro, quasi non fosse riuscito a digerire la carbonade flamande servita quella sera ai clienti.
Non alzò lo sguardo subito.
René fece appena un cenno del capo.

- Eccoti - disse Gaspard a voce bassa: - Il parigino. Quello scrittore che alberga da te. Mi ha chiesto dove stesse di casa Maël Morvan.
Fece una pausa, come se le parole gli pesassero.
René aggrottò lievemente le sopracciglia.
- Non ho potuto fingere di non conoscerlo. Gli ho dato l’indirizzo. Del resto, se non l’avessi fatto, chiunque in paese glielo avrebbe detto lo stesso.
René restò in silenzio, gli occhi bassi sulle proprie scarpe
L’odore di grasso freddo sembrava più intenso e fsatidioso.
- Sai se ci è andato? - chiese infine, calmo.
Gaspard scosse la testa.
- Non lo so. Ma quel tipo non sa farsi i cazzi suoi. È da quando è arrivato che non smette di scavare su Juliette.
- Lo so - rispose cupo René. - Ficcanaso rompicoglioni. Conosco bene la razza.
- Io ti ho avvertito - proseguì Gaspard. - Sulle altre domande che mi ha fatto mi sono cucito la bocca. Sempre.
- René alzò lo sguardo. Un ghigno sottile, freddo, gli sfiorò appena la bocca.
- Tu sì. Altri invece hanno avuto la fregola di raccontare. Adesso sono muti per sempre.
Scese il senzio. Solo il ticchettio lontano di una pentola che si raffreddava.
- Bisogna farlo sloggiare - disse Gaspard. - Deve tornarsene a Parigi e lasciarci in pace.
- Sì. - René annuì lentamente. - Gli serve un segno chiaro. Che qui non è più gradito. Un invito ad andarsene. È ora.
- Vedi tu cosa fare. Conviene a tutti noi. - sussurò Gaspard.
In quel momento, dalla porta della cantina apparve Alan Caron, un giovane camerire, con una cesta di bottiglie di Chardonnay.
Si fermò a metà, capendo d'aver interrotto qualcosa.
Oh… scusate. Non volevo disturbare. È lo chef che me le ha chieste.
Gaspard gli lanciò un’occhiata tagliente.
- Muoviti allora. Non vedi che stiamo parlando?
Il ragazzo chinò la testa e scomparve oltre le ante bidirezionali, lasciando dietro di sé solo il tintinnio debole del vetro.

René lasciò la locanda mezz’ora dopo, diretto al B&B.
Il caban marinaro di lana spessa e pesante gli pesava sulle spalle come una seconda pelle inzuppata.
Rabbrividì. Il freddo umido dell’Atlantico, spinto dal vento che veniva dal mare, gli attraversava i vestiti come se fossero di garza.
Gli entrava sotto il colletto, gli scorreva lungo la schiena, gli stringeva i polsi dove le maniche non coprivano del tutto.
Ogni raffica sembrava più tagliente della precedente.
Si cacciò in bocca una delle sue sigarette rollate in cartina.
L’accese riparando la fiamma con il corpo.
Aspirò. Il fumo aspro del trinciato gli bruciò la gola e gli riempì i polmoni di un temporaneo calore amaro. Era l’ultima della giornata. Dentro il B&B non fumava mai.
Quella regola, almeno, la rispettava ancora.
Si allontanò dal centro del villaggio. Le luci dei lampioni divennero sempre più rade, poi remote.
In certi tratti di strada privi di qualsiasi illuminazione la sua lunga figura spariva quasi del tutto.
Restava solo il punto rosso della brace che andava e veniva nel nero assoluto, come il respiro di un occhio acceso.
Il vento gli sbatteva il caban contro le cosce. La lana ruvida gli graffiava il collo a ogni passo. L’umidità gli aveva già irrigidito le dita.
Continuava ad avanzare con passo regolare, quasi meccanico, mentre dentro di lui qualcosa di gelido e compatto pulsava lento.
Quel parigino. Doveva andarsene. Presto.
Non poteva permettere che mettesse il naso nella storia di Juliette. Non glielo avrebbe permesso.
O se ne andava con le sue gambe, oppure…
Non terminò il pensiero. Non ne aveva bisogno.
Sapeva già come si risolvevano certi problemi.
Portò la mano dietro la schiena, sotto il caban.
Le dita trovarono subito la custodia di pelle ruvida, calda del suo stesso calore corporeo.
Dentro c’era il Fairbairn-Sykes. Il coltello da combattimento non lo abbandonava mai, nemmeno di giorno.
Ne tastò la consistenza attraverso la fodera: la forma sottile e allungata, la minaccia silenziosa che dormiva contro il fianco.
Quella notte gli sarebbe servito.
Continuò a camminare. Il mare, laggiù, non si vedeva, ma se ne sentiva: un respiro basso e continuo nell’oscurità.
L’odore di salsedine e di alghe marce gli arrivava a ondate, mescolato al fumo della sigaretta. La brace si accorciava lentamente.
René tirò un’ultima boccata e lanciò il mozzicone nell’erba bagnata a lato della strada dove si spense.
Restò solo il buio, il vento, e il peso piacevole del coltello contro il corpo.

(Continua)

Juliette – capitolo 27 testo di Nigthafter
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